Il Manifesto (Milano) : Michel Houellebecq


Cronache di personalità a termine I glaciali sentimenti di tre uomini flessibili nei romanzi-pamphlet dello scrittore francese Michel Houellebecq

par Filippo LA PORTA

Chi l’avrebbe immaginato che alcuni dei valori « controculturali » degli anni ’70 si sarebbero tradotti, vent’anni dopo, nella forma più sofisticata e vincente di potere ! Il rizoma e le macchine desideranti hanno fatto carriera: l’« ingovernabile » per definizione si rivela la ricetta migliore per governare. Recentemente Richard Sennett ci ha mostrato (L’uomo flessibile, Feltrinelli) come ai lavori precari e a termine di oggi (con spostamenti frequenti, attitudine allo sradicamento) corrisponde una personalità anch’essa « a termine », incapace di lealtà e dedizione, ma costretta a fondare ancora l’educazione dei figli su lealtà e dedizione. Prendiamo ora due romanzi-pamphlet di Michel Houellebecq, scrittore francese poco più che quarantenne di formazione scientifica : narrazioni acuminate del nostro presente, impietose fino al cinismo. Sono stati evocati in proposito i nomi di Kafka e del Camus del Lo Straniero, ma un riferimento d’obbligo certamente è Céline : quello sguardo così radicale, sconsolato e asentimentale sul mondo, senza però, ovviamente, la petite musique inimitabile dell’autore del Viaggio al termine della notte. I romanzi di Houellebecq ci aiutano a capire, a « vedere » meglio dentro esistenze concrete e destini individuali le implicazioni del ragionamento di Sennett. Apparentemente i protagonisti dei due romanzi sono distanti dal tipo umano che troviamo al centro del saggio del sociologo americano. Chi racconta, nell’Estensione del dominio della lotta (uscito quest’anno da noi ma apparso in Francia nel 1994), è un programmatore informatico che ha relazioni molto superficiali (e improntate a indifferenza o disgusto) con i colleghi, va a tenere corsi di aggiornamento in provincia (dei quali non gli importa nulla), nei week-end si deprime « con misura », non è interessato al sesso (soprattutto perché non si sente all’altezza), né coltiva ambizioni di qualsiasi tipo, registra impassibile l’infelicità di chi gli sta vicino, si considera vittima dell’inaridimento che sembra caratterizzare la nostra società. Insomma, a differenza degli imprenditori di successo di Sennett, non cambia lavoro spesso, non dispone di un contratto a termine, eppure si sposta frequentemente e soprattutto mantiene un certo distacco difensivo da tutto ciò che lo circonda. Si trova spesso a ragionare, in termini « politici », sul mondo in cui vive, che gli appare contraddistinto dal liberalismo (economico, sessuale), che è poi « l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi della società ». A volte tenta anche lui di identificarsi con questo mondo e la sua « filosofia », ma non ci riesce mai fino in fondo (si commuove ad esempio per un suo amico, « bruttissimo », che finisce suicida : anche qui, come in Sennett, troviamo l’idea che in tempi iperpermissivi è molto più difficile elaborare il tabù del fallimento personale). Alla fine si trova spaventosamente solo. Così come si ritrovano puntualmente soli i due protagonisti —fratelli— dell’altro romanzo, Le particelle della fisica (sempre Bompiani), un biologo molecolare, scienziato filantropo e anaffettivo, alla ricerca della clonazione di una specie postumana asessuata e immortale e un professore di liceo razzista, misogino e maniaco sessuale. In questo ultimo romanzo leggiamo ad un certo punto che « accettare l’ideologia del cambiamento continuo significa accettare che la vita di un uomo sia strettamente ridotta alla sua esistenza individuale », senza più rapporto con generazioni passate o future. Mentre nell’altro romanzo il vertiginoso « filosofo » dell’informatica Jean-Yves Frhaut identificava la libertà con lo stabilire « interconnessioni tra individui, progetti, organismi, servizi ». Ma l’io narrante, e suo collega nell’azienda, commenta : « Sono certo che egli stesso non avesse conosciuto alcun legame ». I sentimenti un po’ beffardi dell’« aldiqua » —così ribattezzati e interpretati come nuove forme emancipative in una raccolta di saggi usciti negli anni ’80, non ci proteggono abbastanza dalla paura e dai fantasmi dell’aldilà, e anzi dall’incombere della morte fin dentro la vita. Fluidità, instabilità, plasmabilità indefinita, attitudine proteiforme : alcuni dei valori-guida della cultura oppositiva degli anni ’70 sono oggi la chiave del successo e dell’affermazione individuale nel lavoro. Bill Gates, manager spregiudicato e adattabile, che non ha schemi mentali fissi, che non si lega mai a niente e a nessuno per troppo tempo, pronto ad abbandonare il proprio passato, incline a distruggere ciò che ha appena creato, e inoltre che si è abituato a lavorare nella frammentazione e nell’indisciplina, ci appare come il vero eroe del ’77. Possiamo liquidare Sennett come veteroumanista e Houllebecq come scrittore troppo moralista (con qualche sospetto di « maniera » nella rappresentazione della nostra terra desolata). Ma certo entrambi, muovendo da premesse diverse e con diversi strumenti espressivi, mettono in scena un nuovo tipo umano e psicologico, sempre più pervasivo nell’Occidente ricco e postindustriale. Il punto è non rifiutare flessibilità e frammentazione in nome di una integrità andata in pezzi, o per difendere una comunità che oggi è tenuta in vita più dal conflitto che da principi condivisi (come pure osserva Sennett). Ma capire come la flessibilità, richiesta dal nuovo orizzonte sociale come tecnica di sopravvivenza, sia incompatibile con qualsiasi ipotesi di « racconto » minimamente coerente della nostra esistenza ; e che dunque ci svuoti lentamente di ogni affettività residua (che si alimenta di ricordo, di legame con il passato, di possibilità di autonarrazione), regalandoci una illusione di reversibilità assoluta (e manipolabilità) delle emozioni. No, il cuore non si mostra flessibile.

 

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